Messina alle soglie di un governo liberale

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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

Messina città dei privilegi e della cattiva amministrazione: abbiamo visto come gli intellettuali dell’Ottocento descrivevano le difficoltà della gestione della cosa pubblica nella città dello Stretto, chiamandole “le piaghe di Messina“. Adesso la parola passa agli imprenditori, in corsa verso un governo sempre più liberale.


2. Trent’anni dopo, nel 1903, la crisi politico-economica si acuì notevolmente e l’imprenditore messinese Giovan Silvestro Pulejo, presidente della Camera di Commercio della città di Messina, tornò a parlare di «piaghe». Piaga era il governo che rimetteva il dazio sui grani, piaga il municipio di Messina che non sapeva «migliorare la condizione dei villaggi con le industrie» , la sicurezza pubblica, la viabilità. Prova n’era la chiusura delle banche, «specchio dello stato economico di una regione»: la Banca Siciliana e la Cassa di Risparmio Principe Amedeo erano fallite, la Banca Popolare, il Banco di Sicilia e la Banca d’Italia avevano «bilanci per la nostra sede meschini». 

Il repubblicano Pulejo, uno degli elementi di spicco del partito cittadino detto dei «popolari», proponeva un nuovo risorgimento: 

«Ribelliamoci pure, e ne abbiamo ragione, quando al Mezzogiorno d’Italia vuolsi appioppare una degenerazione di specie, o una deficienza etnica, che davvero non han fondamento; ribelliamoci pure quando sentiamo affermare a cuor leggero che il livello morale è troppo basso fra noi. Ma il fatto economico non lo possiamo, non lo dobbiamo negare. Non si curano le piaghe col nasconderle pietosamente!». 

Pulejo è un oratore colto e brillante: nella sua lunga dissertazione sull’economia della città cita il filosofo calabrese Tommaso Campanella, l’industriale e riformatore sociale britannico Robert Owen, l’economista toscano Ferdinando Paoletti e l’economista emiliano Melchiorre Gioia. Si scaglia contro il Comune di Messina che, contrariamente alle leggi dello Statuto, ha ripristinato il dazio sul grano, contro i soprusi del Re d’Italia, che aveva imposto la tassa sui grani senza averne nè potere nè facoltà, trasgredendo l’art. 30 dello Statuto Albertino: «Nessun tributo può essere imposto o riscosso se non è stato consentito dalle Camere e sanzionato dal re». Tali interventi, dice Pulejo, sono da assimilare al governo assoluto, al dispotismo imperiale di Roma, non ai tempi moderni dov’è la volontà popolare a prevalere: «La sovranità nazionale fu la conquista più grande del mondo civile. Quando la Bastiglia, immagine e simbolo del dispotismo imperiale, crollava sotto il piccone del popolo di Parigi, non era solo un’oscura e nefasta prigione che cessava di esistere, ma era tutto un mondo di cose e di idee che vedeva la sua fine, per dar vita dalle sue fumanti e insanguinate rovine ad un nuovo mondo, ad una vita novella. Al volere dell’uno, ed al diritto divino, fu sostituito il volere di tutti ed il diritto del popolo». 

Diritto di resistenza

Le rivoluzioni, la rivendicazione dei diritti dell’uomo e il risorgimento non erano per nulla dimenticati. «La dichiarazione dei diritti dell’uomo portò con sè la libertà individuale ed a garantire la libertà serviva la divisione dei poteri. […] La libertà e i diritti di tutti sono garantiti dalle leggi generali. Tribunali amministrativi e giudiziari devono garantire la libertà non solo da attacchi ed usurpazioni private ma anco da quelli delle autorità locali e degli stessi poteri dello Stato efficacemente responsabili. Come garanzia alle libertà si riconosce il diritto di resistenza come uno jus necessitatis. La democrazia arma e difende energicamente la libertà di tutti». Libertà, garanzie, diritto di resistenza, democrazia sono i capisaldi del discorso di chiusura del combattivo Pulejo. Sono anche il segno di una grave insoddisfazione sociale e politica, di una pesante recessione economica che investe tutto il Mezzogiorno d’Italia. Le conseguenze si erano viste nelle infelici scelte del capo del governo Pelloux, nell’ostruzionismo della Camera, nell’assassinio del re Umberto I e nei deboli governi Saracco e Zanardelli. 

Il fronte popolare messinese

C’è una classe d’imprenditori meridionali e d’intellettuali che si ribella e invoca persino il diritto costituzionale inglese. È il cosiddetto «fronte popolare», un blocco politico formato dalla piccola borghesia e dalla grande aristocrazia. Lo stesso che a Palermo diede vita a «L’Ora», il giornale finanziato dai Florio, che si affidò alle penne di Carlo di Rudinì, Napoleone Colajanni e Francesco Saverio Nitti. Il programma del fronte popolare è proprio quello citato da Pulejo nel suo discorso all’Associazione dei Commercianti e Industriali di Messina: riforme agrarie, introduzione dell’industria nelle campagne e nelle attività marittime. Nell’ottica di un pieno e ottimistico spirito meridionalista e contro i soprusi del governo centrale. Il movimento ebbe una vasta partecipazione di liberali e socialisti moderati.

Le elezioni politiche ed amministrative fra la fine degli anni ’80 e il 1900 decretarono la vittoria della coalizione liberal-socialista-cattolica siciliana che a Palermo fece fuori persino i politici sostenuti dalla mafia, come Raffaele Palizzolo. 

Anche Messina aderì all’innovativo e audace programma, questa volta senza il commendatore Giuseppe Cianciafara, da poco scomparso.

Conseguenze dello scandalo della Banca Romana e del caso Palizzolo, a Messina

Il commendator Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, ex direttore generale del Banco di Sicilia con il quale Cianciafara aveva stretto un ottimo rapporto d’affari, fu assassinato la sera del 1 febbraio 1893, con decine di pugnalate, sul treno che avrebbe dovuto portarlo a Palermo. Tutto cominciò in una seduta parlamentare del dicembre del 1892, quando il deputato Colajanni fece scoppiare alla Camera lo scandalo della Banca Romana. Nell’inchiesta che ne seguì, in breve, si sarebbe arrivati ai brogli del Banco di Sicilia, per i quali il Notarbartolo avrebbe dovuto testimoniare. 

Fu la Corte d’Assise di Bologna, nel 1902, a distanza di quasi dieci anni dall’omicidio, a condannare il Palizzolo a trent’anni di carcere. Il verdetto fu considerato come uno schiaffo morale alla Sicilia e ai siciliani, visti dai neoconnazionali del settentrione come una razza inferiore composta quasi esclusivamente da briganti e mafiosi. La polemica infiammò l’intero territorio nazionale e ci furono schieramenti d’innocentisti (Francesco Perrone Paladini, l’Ora di Palermo, La Sicilia di Catania e il Corriere della Sera) e colpevolisti (Napoleone Colajanni, Alessandro Tasca di Cutò, Leonida Bissolati). 

Il 24 luglio 1904 la Corte d’Assise di Firenze assolse il Palizzolo per insufficienza di prove. 

Sarà Giolitti a dichiarare guerra al meridionalismo politico corrotto, con una serie d’azioni che porteranno anche al dissolversi degli ultimi sogni di ripresa dell’economia isolana. Il presidente del Consiglio fece accusare il ministro trapanese Nasi di malversazione e peculato, indisse una lunga stagione d’inchieste sulle amministrazioni locali, anche se, per garantirsi la maggioranza nell’isola, ricorse egli stesso al clientelismo e ai brogli elettorali. In quello stesso periodo, tornarono gli emigranti dalle Americhe, i quali, con le tasche piene di denari, continuarono a strappare brandelli di latifondo alla vecchia aristocrazia agraria, sostenendo, forse anche inconsapevolmente, il governo liberale.


Articoli precedenti sul Terremoto di Messina:

  1. Messina 1908-2018: i 110 anni del terremoto che unì gli italiani più dell’Unità
  2. 28 DICEMBRE 1908: storia di una tragedia annunciata
  3. Storia di un superstite del terremoto di Messina: Antonio Barreca
  4. Messina 1908: “quale spettacolo terrificante!”
  5. Storia del primo telegramma che annunciò il terremoto di Messina al mondo
  6. Da «Via del Corso» a «Corso Cavour»
  7. Messina? Già cancellata prima del terremoto
  8. Le mani sulla città
  9. Un intellettuale dissidente a Messina: Riccardo Hopkins
  10. Il dramma delle alluvioni a Messina
  11. Le acque messinesi nelle mani dei privati
  12. Arriva il re!
  13. Le piaghe di Messina

(1) Tratto dal libro di Dario De Pasquale “LE MANI SU MESSINA prima e dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Giochi di potere, politica, malaffare, potentati locali, rapporti con il governo italiano e resoconto a 100 anni di distanza.”, [2006].


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