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(Ultimo aggiornamento: 3 Dicembre 2020)

La rivoluzione borghese del 1848 si poteva considerare un fallimento in piena regola: ai privilegi dell’aristocrazia si sostituivano quelli della borghesia agraria prima e quelli della borghesia urbana (degli imprenditori, dei liberi professionisti, degli impiegati) poi. Sono gli stessi che accolgono il re Umberto I e consorte a Messina nel 1881.


Nel 1881, il destino volle che il sindaco Giuseppe Cianciafara si ritrovasse in una situazione analoga a quella di un trentennio prima: accogliere, con le dovute onorificenze, i sovrani del regno. Nel 1852, però, l’ospite era il re delle Due Sicilie, Ferdinando II di Borbone, mentre adesso era il re d’Italia Umberto I con la consorte Regina Margherita e il Principe di Napoli.

Dalla descrizione dell’attento cronista della Gazzetta di Messina, Antonio Caglià Ferro, emerge l’entusiasmo dei ricchi borghesi della città, che non volevano perdere l’occasione di mettersi in bella mostra ed entrare nel novero delle famiglie importanti e benvolute dall’ambiente monarchico. Aspirazione, questa, che non apparteneva solo al patriziato ma anche alla borghesia agraria e imprenditoriale. Al momento di ricevere il benamato re d’Italia e la sua consorte, i primi ad attivarsi per organizzarne l’accoglienza furono, infatti, i commercianti Giulio Jaeger e Guglielmo Sarauw. 

I due imprenditori d’origini straniere, il tedesco Jaeger e lo svizzero Sarauw, proposero al Municipio di utilizzare il palazzo che avevano in comune e permisero all’insigne architetto Gregorio Bottari, allievo del Savoja, profonde modifiche alla struttura originaria. Il comitato d’accoglienza di cui essi facevano parte, insieme al Conte Salvatore Marullo, il cavalier Pier Giovanni Lella Siffredi e il cavalier Gioacchino Galbo, aveva probabilmente scelto quel sito per la bellezza architettonica del palazzo, per la sua amena posizione geografica, per la sua collocazione simbolica sul Corso Garibaldi, davanti al teatro Vittorio Emanuele. 

Eppure il resto della città era costellato di bei palazzi: lo stesso conte Marullo, il cavaliere Lella Siffredi, il marchese Loffredo possedevano magnifici palazzi incastonati nella Palazzata, di fattura architettonica anche superiore a quello Jaeger, ma certo meno indicati per la regale vista e il regale olfatto, i quali sarebbero stati certamente offesi dal frastuono e dalla brezza maleodorante che proveniva dalle attività portuali e dal gasometro. Questo dato è confermato dall’abitudine presa, dopo gli anni ’60, dai proprietari degli edifici che si affacciavano sulla via Vittorio Emanuele, di abitare in zone meno malsane. Come fece il marchese Gaetano Loffredo, che occupava abitualmente i suoi palazzi di via S. Liberale e di Piazza Duomo, mentre il padre, fino al 1854, abitò nella Palazzata. 

Il Palazzo Jaeger fu anche arredato per l’occasione, dotato di nuovi punti luce esterni, di decorazioni, tappeti, sete preziose per le camere da letto dei reali, eleganti mobili, poltroncine di stoffa gobelin, nuove toelettes in argento, opera dell’artigianato locale, busti di marmo con l’effigie del Re, scrivanie in palissandro e tanto altro ancora. Insomma, fiumi di denaro furono spesi per dare ai reali un’ospitalità all’altezza delle più grandi città d’Europa. 

Una società di liberi e d’eguali?

Proprio in quel periodo, esplose la rabbia di Hopkins, e di altri come lui, per quel sordo egoismo della notabilità cittadina che si curava della propria immagine ma trascurava due elementi della massima importanza per la popolazione: l’igiene e l’edilità. Senza di esse la città non poteva dirsi civile e lo sforzo dei rivoluzionari del Risorgimento aveva il sapore del vano o dell’incompiuto. In Hopkins, dunque, era ancora intatta l’idea risorgimentale della missione di civiltà, della trasformazione del Paese in una società di liberi e d’eguali. Da buon ex rivoluzionario non poteva stare a guardare, nè, com’egli stesso affermava, «lasciarsi convincere da promesse di ricompense o da caicchi carichi di minacce». 

Prima dell’arrivo del socialismo, gli intellettuali democratici erano l’unica opposizione possibile alle istituzioni. Hopkins, nonostante fosse stato insignito del titolo di cavaliere, fosse un libero professionista che viveva di opere pubbliche e avesse tutto l’interesse a essere ossequioso con i potenti, continuava ad essere un intellettuale dotato di un alto grado di dignità. Preferiva di gran lunga il regime borbonico che vietava il taglio della barba e l’uso del cappello «all’Ernani» al falso liberalismo della nuova borghesia. 

Il passaggio del testimone

La piccola borghesia messinese, che non era riuscita ad accaparrarsi una sostanziosa porzione di latifondo ecclesiastico, operò con solerzia per procurarsi case, botteghe, ammezzati, magazzini, in altre parole il controllo «fisico» della città.

Solo più avanti, il governo italiano s’accorse che la vera spina nel fianco dell’economia isolana non era più il «principe» o il «barone» con i suoi latifondi, ma i medici, i notai, gli avvocati, i magistrati, i percettori d’imposte, la cui ascesa nella scala sociale era segnata dall’accumulazione immobiliare a scopo speculativo. Un immobile, infatti, permetteva di avere un reddito se non maggiore, almeno più sicuro di quello proveniente da altre tipologie d’investimento e un prestigio economico certo da sfruttare nelle pubbliche relazioni. 

All’inizio del nuovo secolo, Messina si presentava con strade di «limitata larghezza», «fiancheggiate da case di speculazione a disegni uniformi e monotoni», sempre più priva di piante e di veri giardini, senza una vera passeggiata con vista sul mare, senza circonvallazione.

L’ingegnere Liotta non riusciva a vedere sbocchi per il futuro della sua città: a sud c’era il Camposanto che impediva l’edificazione di abitati per motivi igienici; a nord non esistevano più spazi edificabili; a ovest le colline; a est il mare. Se il Governo nazionale avesse restituito alla città la zona di S. Raineri, in quel momento «adibita per tiro a bersaglio, per cimiteri (fortunatamente abbandonati), per pascolo di pecore, per escursione di qualche misantropo solitario», altri imprenditori, questi sì lungimiranti, avrebbero potuto costruire villini o hotels sul mare, un grande giardino pubblico, una passeggiata.

In cambio il Comune avrebbe offerto i Magazzini Generali, «che ormai s’è visto non servono a nulla», e l’ex Collegio militare, a favore delle truppe attualmente stanziate in Piazza d’Armi. A S. Raineri si potrebbe ancora spostare il quartiere commerciale e industriale per «praticare l’imbarco e lo sbarco dei carboni, degli agrumi, delle tavole (che ora ingombrano la bella strada avanti i Magazzini Generali), delle botti di salato, ecc., oltre ad accrescerne il movimento, produrrebbe, di conseguenza, lo sgombro del magnifico Corso Vittorio Emanuele, che i tramways, i carri-matti tirati da bovi e le botti disposte in fila, rendono continuamente lurido, antigienico e impraticabile» . 

Tuttavia, proprio in quegli anni, gli edifici residenziali del centro di Messina aumentarono di valore, sebbene le vie principali fossero stagionalmente soggette ad inondazioni torrentizie. Quest’aumento fu certamente dovuto ai miglioramenti apportati dalle nuove amministrazioni: l’illuminazione stradale a gas, le aree destinate a giardino, i nuovi servizi di trasporto, i nuovi uffici pubblici, le nuove banche. Per non parlare delle continue migliorie effettuate dai privati per i propri immobili, sempre a spese del Comune.

Per lunghi anni, fino al terremoto del 1908, si continuò a costruire, innalzare parapetti, sopraelevazioni, terzi e quarti piani, con effetto devastante sulla stabilità degli edifici.


Articoli precedenti sul Terremoto di Messina:

  1. Messina 1908-2018: i 110 anni del terremoto che unì gli italiani più dell’Unità
  2. 28 DICEMBRE 1908: storia di una tragedia annunciata
  3. Storia di un superstite del terremoto di Messina: Antonio Barreca
  4. Messina 1908: “quale spettacolo terrificante!”
  5. Storia del primo telegramma che annunciò il terremoto di Messina al mondo
  6. Da «Via del Corso» a «Corso Cavour»
  7. Messina? Già cancellata prima del terremoto
  8. Le mani sulla città
  9. Un intellettuale dissidente a Messina: Riccardo Hopkins
  10. Il dramma delle alluvioni a Messina
  11. Le acque messinesi nelle mani dei privati

(1) Tratto dal libro di Dario De Pasquale “LE MANI SU MESSINA prima e dopo il terremoto del 28 dicembre 1908. Giochi di potere, politica, malaffare, potentati locali, rapporti con il governo italiano e resoconto a 100 anni di distanza.”, [2006].


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