Il cimitero di Messina: un’opera monumentale borbonica rimasta incompiuta

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(Ultimo aggiornamento: 16 Novembre 2018)

La fine di un Regno e l’inizio di un altro: la tempesta dopo l’Unità

Negli anni ‘50 dell’Ottocento, Messina riportava ancora le ferite delle guerre d’indipendenza e numerosi monumenti, edifici, decorazioni, strade, ricordavano la presenza dell’invasore spagnolo.

L’Unità d’Italia aveva accresciuto il sentimento patriottico dei cittadini, che adesso proponevano l’abbattimento di quegli antichi baluardi: il forte Gonzaga, la Cittadella, il forte Don Blasco, la statua di bronzo del re Carlo II davanti al palazzo di Giustizia. La nuova amministrazione aveva scorto la possibilità di cancellare con un colpo di spugna un passato cruento, di triste sottomissione, e dare nuova vita alla città grazie a parchi, arene, teatri, caffé letterari, il recupero del Duomo e della Fontana d’Orione, una gigantesca statua della Libertà.

Al contempo, pensava ad approvare il progetto del camposanto, uno dei pochi che avrebbe potuto garantire un ritorno economico.

Il progetto che aveva vinto su tutti era quello dell’architetto messinese Leone Savoja, quarantenne, già da dieci anni docente universitario d’Architettura, statica e idraulica presso l’Ateneo messinese. Infaticabile viaggiatore, aveva soggiornato in numerose città europee come Roma, Venezia, Parigi, Colonia, Monaco, Norimberga, Vienna, Dresda, Berlino. Le planimetrie e i prospetti da lui presentati s’ispiravano agli studi fatti su altri cimiteri monumentali d’Europa: il parigino già citato, e quelli di Verona, Staglieno e Pisa.

Il Gran Camposanto secondo il progetto dell’ingegnere Leone Savoja (1854)

Il suo progetto prevedeva l’erezione di un complesso monumentale all’interno di un sito storico, sede dell’antichissima Signoria della Palmara, lontano circa un chilometro e mezzo dal centro abitato (750 canne) e vasto venti ettari. Era il sito già individuato dall’amministrazione comunale, quello «sopra i Miracoli di S. Cosimo», il più lontano dalla città, il meno dotato di strutture architettoniche preesistenti, ma il più panoramico. Al fine di sfruttare la disposizione particolarmente amena del luogo, Savoja avrebbe fatto spianare una vasta area all’entrata, da destinare ad ampia distesa verde, contornata da siepi e fiori, intersecata da vialetti, in uno splendido gioco di colori. Proseguendo lungo la salita, su un grande altopiano, era prevista la costruzione di una Galleria Monumentale, provvista di uno spazioso corpo centrale e di due braccia laterali più sottili. Tutti e tre i corpi architettonici sarebbero stati percorribili attraverso enormi portici, sorretti da colonne sormontate da capitelli in stile ionico. Le pareti delle gallerie sarebbero state rivestite da lapidi commemorative, dedicate ai notabili della città. Un’altra vasta area sarebbe stata destinata a spazi verdi e un’altra all’inumazione dei proletari, democratica conquista, rispetto alle passate fosse comuni, ereditata dalla cultura anglosassone. La collina che avrebbe ospitato il cimitero sarebbe stata percorribile grazie ai previsti terrazzamenti e alle gradinate che avrebbero portato alla parte più alta e più preziosa della struttura, il Cenòbio. All’altezza della Galleria monumentale si poteva godere del panorama del porto e dello stretto di Messina, in un’amena posizione d’ampio respiro.

Nel tempo in cui nella sede municipale si discuteva sulla scelta di un sito per il cimitero, sulla direzione dei lavori e sulla gestione della nuova struttura, nessun altro provvedimento era stato preso per migliorare le condizioni igieniche delle strade e dei villaggi cittadini, sempre preda di scoli fognari a cielo aperto, dello straripamento dei torrenti, della stagnazione delle acque piovane, della cattiva circolazione dell’aria fra gli edifici.

Così un’altra epidemia di colera trovava terreno fertile nel 1867, provocando seimila morti. Tutto come nel 1854. L’architetto comunale Giacomo Fiore auspicava un ritorno ai pozzi neri isolati, da svuotare con pompe aspiranti, e la ricostruzione d’interi complessi urbani, ma per il momento tutto rimaneva sulla carta.

In questo clima aveva inizio, nel caldo agosto del 1865, la costruzione del Gran Camposanto di Messina, sotto la guida dello stesso Leone Savoja. Il capitale stanziato per garantire l’apertura dei lavori era di centoventimila lire, su una spesa complessiva stimata di un milione di lire. I privati avrebbero contribuito a finanziare la restante parte con l’acquisto degli spazi per i monumenti e le cappelle.

Già nelle intenzioni del suo progettista e alla vista dei disegni presentati, poteva dirsi uno dei più bei camposanti d’Europa per solennità ed estensione ma, per via di una cronica mancanza di fondi (dovuta anche alle varie calamità che avevano colpito la città), il progetto del Savoja non fu mai portato a termine. La complessità e l’impegno economico dell’opera avevano già invitato gli amministratori a seguire la politica dei piccoli passi. Uno dei primi era consistito nell’acquisto dei fondi terrieri necessari per la realizzazione dell’impianto, attraverso le espropriazioni per motivi di pubblica utilità.

Le espropriazioni per motivi di pubblica utilità: necessità o speculazione?

La prima espropriazione veniva effettuata ai danni del fondo rustico in contrada Gemelli, di proprietà Irrera. Quattro anni più tardi, nel marzo 1869, venivano stanziate altre somme ed espropriati altri cinque terreni a favore del Camposanto. Di lì a poco s’apriva il problema del reparto acattolico e sorgevano contrasti d’opinione tra i consiglieri comunali circa la necessità di un tale sito. Senza tergiversazioni venivano espropriati i terreni Castelli, De Pasquale, Chiavetta, Guerrera e Stutzer, mentre l’espropriazione del terreno Arigò, destinato al reparto acattolico, era respinta ai voti.

Fin dall’inizio, le spese s’erano manifestate in tutta la loro entità e tra la maggioranza dei consiglieri era emerso l’imperativo di un’inchiesta sul progetto Savoja. Il consigliere Giaconia non aveva trovato «laudabil contegno» quello di una pubblica amministrazione che «siasi provata ad isfuggire alla tassa di registrazione dovuta all’Erario». Il consigliere prof. Salvatore Buscemi riteneva evidente che la cifra di centotrentamila ducati dovesse coprire le spese per le opere principali, «per subire men grave la tassa di registrazione», mentre quella di centosettantamila ducati «le opere accessorie o decorative e di rifinimento». L’assessore Picardi interveniva a favore del sindaco e rammentava ai presenti le tristi condizioni in cui «lungamente versavano gli Uffici Municipali e le vicende della Comunale Azienda». Gli atti dei lavori pubblici, inoltre, «restavano in potere d’un Impiegato da più anni estinto» e la Giunta iniziava le pratiche con la sua famiglia per averne la restituzione.

Di seguito il consigliere Coffa dava notizia dell’unico documento esistente in merito: il contratto con la ditta Mangano, contenente l’impegno di portare a termine la costruzione del camposanto con soli centotrentamila ducati, senza ricorrere ad altri appalti; invece, dopo quel contratto, contrariamente a quanto pattuito e senza indire alcun concorso pubblico dopo quello del 1854, veniva data «facoltà» agli architetti di modificare il progetto,  ledendo le «ragioni del concorso e dei dritti dei concorrenti». Come quelli dell’ingegnere Falconieri, che si era visto respingere il proprio progetto perché riportava «spese esorbitanti di esecuzione».

Francesco Mauromati invitava gli astanti ad esaminare il problema da un altro punto di vista. Da buon commerciante, si era scagliato contro le diseconomie perché, diceva, «Messina debb’essere commerciale e non già monumentale». Subito dopo il sindaco Cianciafara informava il consesso della perdita degli atti comunali relativi all’estimativo di spesa per il Gran Camposanto e del ritrovamento dei disegni «contrassegnati dalla Commissione esaminatrice, dal Sindaco del tempo e dall’Intendente, contrassegni che rendono certa ad una volta la preferenza da essi ottenuta al concorso».

Il Camposanto di Messina: “una sorgente vitale di lavoro”

Cianciafara ammetteva di essere a conoscenza, in qualità di membro della precedente amministrazione borbonica, del fatto che la cifra

«sarebbe ascesa a un milione e l’avrebbe pure oltrepassato: però l’Amministrazione che ne dava l’appalto, e della quale egli faceva parte, con prudente riserbo la limitò a quella parte di lavori che presto avrebbe resa possibile l’apertura del Cimitero al servizio pubblico, riservando al tempo, al prudenziale arbitrio della Municipalità, il continuare, quando la sua convenienza il comportasse, la parte decorativa e di rifinimento».

E riguardo ai vari appalti susseguitisi:

«Non era poi spediente vincolarsi con un solo appaltatore ordinario per opera di diversa natura, alcune delle quali richiedenti l’opera di artisti, cui si sarebbe potuto più tardi allogare con sensibile vantaggio dell’Amministrazione. Questo è stato lo spirito del contratto».

Sulla presunta tassa non pagata aveva risposto che non era sua intenzione defraudare il demanio ma che

«si riservava di pagare la tassa di registrazione gradatamente ed a misura che si sperimentava il bisogno delle opere, risparmiando l’aggravio di anticiparle assai prima ed in unica soluzione».

Aveva ricordato che la costruzione del camposanto, da tanti anni promessa,

«fu animosamente intrapresa sotto l’impulso di una pubblica urgenza nel 1865, cioè quando le misure sanitarie, intercettate le comunicazioni col Continente, avevano fatto arenare le industrie ed i commerci locali, isterilita ogni sorgente di lavoro, ed imposto alla Comunale Amministrazione di sovvenire tantosto alla misera condizione delle classi operaie. La costruzione quindi del Camposanto, che nelle infortunate vicende del 1867 fu sospinta più alacremente per fatto della Giunta, meglio che una spesa voluttuosa fu una sorgente vitale di lavoro».

Si era dichiarato favorevole alla “monumentalità” della città, che avrebbe dovuto ispirarsi a Genova, e alla spesa di un milione, «quando pel suo teatro la città profuse il doppio, eppure il Camposanto è un bene patrimoniale che assicura un vistoso reddito, quando che un teatro non solo non dà risorse, ma passività al bilancio del Comune». Le proposte successive del consigliere Alibrandi di compilare una nuova perizia delle opere da farsi, rendere fruibile una parte del camposanto e aprire un conto corrente speciale dove far confluire gli utili ricavati, venivano avversate dalla maggioranza del Consiglio. Tuttavia l’idea di una relazione sulle «opere occorrenti all’intero compimento del Gran Camposanto» veniva approvata con diciotto voti contro cinque.

Il cambio di guardia: il Gran Camposanto di Messina fra il progetto borbonico e l’esecuzione dei lavori sotto il governo sabaudo

Una Commissione Municipale Dalla relazione della Commissione Municipale sulle opere del Camposanto era emerso come l’estimativo del progetto e i relativi disegni fossero stati restituiti agli architetti e direttori dei lavori Savoja e Fiore. Questi ultimi, chiamati in causa, dimostravano che il contratto con la ditta Mangano aveva previsto il completamento dei lavori dietro lo stanziamento di fondi comunali per sei anni e che l’offerta della ditta concorrente Chemi e Fiorentino, invece, pur riportando il vantaggio della riduzione del due per cento sulla spesa totale, non aveva garantito l’ultimazione dei lavori in un periodo di tempo così breve. Inoltre, il direttore Savoja sapeva che la somma iniziale di centotrentamila ducati mai sarebbe bastata per portare a compimento quell’opera monumentale e, d’accordo con il sindaco Cianciafara, aveva ritenuto più vantaggioso per le casse comunali non pagare anticipatamente la tassa di registro e il bollo per l’intero ammontare dei costi. Il problema contabile era sorto perchè non era mai stato presentato un piano finanziario diviso per anni, ma solo un estimativo iniziale non difforme dai prezzi fissati sul contratto con il Mangano.

Il 7 settembre 1866, gli architetti Savoja e Fiore presentavano una relazione accompagnata da un nuovo progetto in tre tavole. Si era reso necessario, per effetto della soppressione dei monasteri, cambiare la destinazione di quella parte della Galleria monumentale originariamente creata per l’inumazione dei cadaveri delle monache.

In un’altra relazione del 26 febbraio 1869, i due architetti riferivano al sindaco che per portare a termine almeno metà dell’opera occorreva una somma di poco superiore a trecentosessantamila lire.

La Commissione incaricata di ricostruire il caso contabile sorto intorno al progetto del Gran Camposanto di Messina riportava i seguenti risultati:

  • il rapporto originale della commissione del 1854 circa l’approvazione del progetto vincitore del concorso era scomparso e che restavano solo i disegni riportanti le firme della Commissione;
  • i libri delle deliberazioni decurionali del 1855-56 esprimevano parere favorevole a favore della scelta del sito (registrazione del 10 agosto 1855) e del progetto (registrazione del 18 aprile 1856);
  • non esisteva una relazione di spesa;
  • la sostituzione dei disegni era stata fatta con una deliberazione della Giunta;
  • i nuovi disegni erano stati presentati dopo quattordici mesi dalla conclusione del contratto d’appalto;
  • l’opera in costruzione coincideva con il nuovo progetto e non con il primo;
  • il contratto della Giunta intendeva ultimare i lavori in sei anni con la spesa di centotrentamila ducati.

Nonostante le onerose spese da sostenere per un’opera così colossale quanto indispensabile, appena un mese dopo, il Comune espropriava, al prezzo di 1.821 lire, un terreno a Maregrosso per il cimitero dei colerosi.

Per avere un regolamento definitivo che facesse ordine all’interno del nuovo impianto cimiteriale, con le giuste misure dei monumenti e delle iscrizioni, le regole per l’assunzione del personale, l’esecuzione delle autopsie, delle sepolture comuni, di quelle private, delle esumazioni, delle pulizie e la destinazione del cimitero acattolico, dovevano passare ancora altri due anni.

A distanza di quasi venti anni dal progetto, Il Gran Camposanto è ancora un cantiere aperto

Agli inizi degli anni ‘70, il cimitero era ancora un cantiere e non si parlava affatto d’apertura, ma le numerose pressioni dei notabili e delle confraternite religiose della città, che avevano immesso ingenti capitali per l’acquisto degli spazi cimiteriali, avevano costretto l’amministrazione municipale a stabilire un giorno per l’inaugurazione.

Era già cominciata la grande corsa speculativa: nel marzo del 1871 il Comune acquistava sessanta copie delle foto del Cenobio realizzate dagli architetti Benincasa e Prinzi e, con capitolo di spesa da inserire nel bilancio 1872, venivano acquistati i mobili e le suppellettili per arredare gli interni del capolavoro dell’ing. Fiore. Savoja, da parte sua, aveva insistito nel portare a termine la costruzione della Galleria monumentale e concentrato i suoi sforzi su di essa.

La primavera del ‘73 fu un periodo di grande fermento per l’amministrazione comunale e sembrarono risvegliarsi i più profondi appetiti. In precedenza il consigliere Bottari aveva tentato invano di sollevare un’inchiesta contro l’assessore Lella, colpevole di aver fatto pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale, piuttosto che su quella comunale, gli avvisi d’asta per i lavori del camposanto, violando «scientemente le prescrizioni della legge». Tutti gli avvisi d’asta delle opere pubbliche, infatti, erano tradizionalmente pubblicati sulla Gazzetta di Messina e gli interessati facevano affidamento su di essa. La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del Regno era lecita, ma considerata un abile trucco per restringere la rosa delle ditte partecipanti alla gara.

Quel 18 marzo fu un giorno caldissimo: non solo per l’accesa discussione che si era aperta intorno all’interpellanza Bottari, ma soprattutto per gli interventi aggressivi sul regolamento del camposanto. Ai Manganaro, famiglia di noti banchieri e già destinatari di due larghe concessioni enfiteutiche da parte del Comune, veniva concessa una dilazione nei pagamenti di una cappella, così come per le confraternite. Successivamente, su proposta della Giunta comunale, si procedeva alla modifica dell’art. 32 del regolamento affinché si concedessero spazi di terreno maggiori alle confraternite con un maggior numero di confrati. Il consigliere Pellegrino proponeva una medaglia commemorativa in onore della deposizione delle ceneri di Giuseppe La Farina. Pochissimi giorni dopo veniva istituita una nuova commissione d’arte per il Gran Camposanto, ai sensi dell’art. 71 del regolamento. Erano regolarmente eletti gli architetti Pasquale Spadaro e Leone Savoja, gli artisti Camillo Beccalli e Lucà Trombetta, il medico Giuseppe Pugliatti e il letterato Riccardo Mitchell. In pratica, buona parte degli uomini del sindaco Cianciafara.

Nel frattempo, Messina non riusciva ad avere una Giunta municipale stabile, sempre preda delle contestazioni dei consiglieri e delle dimissioni degli assessori.


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